La bella addormentata nel bosco.

Il 29 Gennaio 1959, dopo sei lunghi anni di lavorazione, la Walt Disney Productions porta nelle sale cinematografiche americane, un adattamento dell’omonima fiaba di Perrault con un particolare arrangiamento dell’omonimo balletto di Tchaikovsky: La bella addormentata nel bosco (Sleeping Beauty), per la regia di Clyde Geronimi, Eric Larson, Wolfgang Reitherman, Les Clark. Il film, che ora è considerato un capolavoro degli studi di Burbank, al tempo (malgrado l’ottimo risultato al botteghino) non godette di grande considerazione e portò un po’ di scompiglio anche negli studios  di “zio Walt”.

Alla vicenda, piuttosto semplice, si contrappone una ricerca estetica molto complessa: i richiami alla pittura fiamminga che Eyvind Earle (affiancato da Don Da Gradi e Ken Anderson) lascia in molte scene del film sono il frutto di una attenta ricerca. A destabilizzare l’ambiente poi è la “disobbedienza” a quello che è un ufficioso principio fondamentale dei cartoni animati: il personaggio deve sempre risaltare sugli sfondi e l’ambiente circostante, essere riconoscibile. In questo film il principio viene volontariamente e pedissequamente disatteso; la fusione fra ambiente e personaggi e pressoché totale grazie alla corrispondenza fra ambiente e personaggi, di linee e colori. Il risultato è un tutt’uno omogeneo. A questo si aggiungano anche le difficoltà pratiche degli animatori in fase di produzione che si trovarono a lavorare su personaggi e sfondi “fatti” di linee spigolose (invece della più classica morbidezza disneyana) da disegnare su fogli enormi per venire incontro agli ampi piani di ripresa e lo scompiglio è pressoché totale. I famosi “Nine Old Men”  e non solo loro, si trovano a dover lavorare su un film che, nel complesso, gravita attorno a toni cupi e sono davvero pochi (salvo il lieto fine) i momenti in cui si respira un po’ di leggerezza: Frank Thomas, Ollie Johnston, John Lounsbery, Milt Kahl riescono a ritagliarsi un piccolo spazio in cui poter far spazio a toni più sereni e comici nei personaggi delle fate, nei servi grotteschi di Malefica, e in altri piccoli personaggi e veloci momenti. Su tutto aleggia la visione “geometrica” e cupa di Eyvind Earle che ha dalla sua, l’appoggio di Walt Disney.

A farsi spazio in questo “marasma” è Wolfgang Reitherman che, fra gli Old Men è quello che meglio riesce a muoversi in questa mastodontica opera. A Reitherman dobbiamo la scena clou del film: lo scontro che vede contrapposti Filippo e le tre fate a Malefica trasformatasi in un drago (Marc Davis è l’animatore di Malefica in forma umana). Qui Reitherman si esalta e fa di questa scena, la scena per antonomasia de La bella addormentata nel bosco (a cui personalmente segue quella della prima apparizione di Maleficaal castello); tutto è avvolto nei colori freddi e cupi e la musica spinge il climax sempre più in alto fino alla morte della strega.

Pur essendo stato il secondo incasso dell’anno, superato solo dal Kolossal Ben Hur, il film Disney, uno degli ultimi con Walt Disney come produttore, si porta dietro la fama di flop; questo a causa dei lunghi tempi di produzione (la scena dell’incontro fra il Principe Filippo e Aurora portò via ad Eric Larson un anno di lavoro e e fu per questo escluso dalla regia), della ricerca maniacale e schizofrenica di perfezione che costrinsero Walt Disney, nell’immediato futuro, a tornare a progetti più “semplici”.

Una piccola curiosità in chiusura: un giovane Don Bluth (all’uscita del film aveva 22 anni), regista di Brisby e il segreto di NIMH Fievel sbarca in America fece parte della squadra di animatori di Marc Davis.

Chiudiamo qui questo focus; senza dubbio un film da rivalutare e da rivedere, ora più che mai grazie al progresso tecnologico che permette di capire quanto sia alto il livello di questa opera. Lo guardi soprattutto chi è ancora “fermo” a Maleficent di Robert Stromberg.

Ciao e al prossimo caffè,

Il barista animato

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