Oscar 2019: i vincitori

Davvero difficile quest’anno per la giuria dell’Academy, assegnare molti dei premi, perché escludendo alcune categorie in cui la vittoria era praticamente cosa certa, nelle categorie più importanti la battaglia è stata davvero dura, molto di più rispetto all’edizione dell’anno scorso. Spero nessuno si offenda ma quando ho scoperto il vincitore della statuetta per il miglior film ho tirato un gran sospiro di sollievo: Black Panther (Id.), che non è comunque un brutto film (giusto per esser chiari) non conquista il premio.

Abbiamo introdotto con il film di Ryan Coogler, la statuetta per il miglior film e quindi cominciamo subito col dire che fra gli otto candidati, ha vinto Green Book (Id.) di Peter Farrelly. Il film di Farrelly si aggiudica altre due statuette su cinque nominations: vincendo quella per la miglior sceneggiatura originale (cui ha collaborato lo stesso Tony “Lip” Valleleonga) e quella per il miglior attore non protagonista, di cui parlo poco più avanti.
Il film, quasi un road movie, si impone su Roma (Id) di Cuarón che, assieme al vincitore, era il film più quotato per la vittoria.
Credo sia sempre difficile essere d’accordo sul vincitore (in un precedente articolo, come mio favorito, avevo proprio scelto il film messicano), si può anche non condividere, ma il polemico siparietto di Spike Lee non è certo il modo migliore per manifestare il proprio dissenso; una figura un po’ triste.

Il miglior regista è il già citato Alfonso Cuarónche con il suo Roma in bianco e nero, bissa il successo ottenuto nel 2014 con Gravity . Il regista messicano batte, fra gli altri, Pavel Pawlikowski che con il suo Guerra Fredda (Zimna vojna) in un pastoso bianco e nero, si è ben fatto notare ed apprezzare da pubblico e critica a livello mondiale. Il film di Cuarón si porta a casa altre due statuette; quella per il miglior film straniero (battendo anche qui il quotato film di Pawlikowski) e quella per la miglior fotografia (curata dal regista stesso).

Rami Malek trionfa come miglior attore protagonista; premiato il grande lavoro nell’interpretare magistralmente la persona e il personaggio di Freddie Mercury nel film Bohemian Rhapsody (Id.). Il film di Graham King si aggiudica anche i premi per il miglior montaggiomiglior sonoro, e miglior montaggio sonoro; considerata l’improbabilità che il film si aggiudicasse anche la statuetta per il miglior film, si può dire che Bohemian Rhapsody, a questi Oscar, abbia avuto un “piccolo” e meritato trionfo, specchio di quanto grande sia stato l’apprezzamento di pubblico e critica nelle sale cinematografiche del globo terracqueo.

Nominato in ben 10 categorie, La Favorita (The Favourite) di Yorgos Lanthimos deve accontentarsi del meritato, quanto inaspettato premio per la miglior attrice protagonista, vinto da Olivia Colman. Lei e la sua Regina Anna (vere punte di diamante di questo film) sbaragliano la concorrenza, nelle cui fila spicca la ben più accreditata alla vigilia, Glenn Close; innegabile comunque la sua meravigliosa interpretazione in The Wife – Vivere nell’ombra (The Wife). Se il film di King è stato uno dei vincitori di questi Academy Awards si può banalmente affermare che il film di Lanthimos, sia il grande sconfitto (seguito, a onor del vero, da Roma) di questa edizione numero 91.

Bissa il successo dell’anno scorso il, concedetemelo, grande Maershala Ali che con la sua interpretazione del pianista Don Shirley, supera meritatamente tutti gli altri contendenti al premio per il miglior attore non protagonista. Personalmente l’Oscar era già suo dopo pochi minuti di presenza sullo schermo, e a onor del vero, la bella interpretazione di Adam Driver (che davo come vincitore di categoria) poco o nulla poteva al confronto.
In campo femminile vince Regina King, che con la sua incisiva e convincente Sharon Rivers in Se la strada potesse parlare (If Beale Street could talk), stacca le altre contendenti fra le quali citiamo Rachel Weisz e Emma Stone che han provato inutilmente a dar manforte a La Favorita. Regina King conferma quanto riconosciutole ai Golden Globes; anche in quell’occasione ambedue le attrici del film di Lanthimos le han dovuto meritatamente cedere il passo.

Veniamo ora alla lista di quelli che secondo me e, per fortuna, anche per i membri dell’Academy, erano gli Oscar più “telefonati” di questa edizione. BlaKkKsman (Id.) di Spike Lee si aggiudica la statuetta per la miglior sceneggiatura non originale, nessuna sgradita sorpresa riguardo il premio alla miglior canzone, che vede Shallow di Lady Gaga vincere su altri tre candidati piuttosto deboli. Vice – L’uomo nell’ombra (Vice) si aggiudica quello per il miglior trucco e acconciatura; poteva sembrare una dura battaglia con gli altri due candidati ma, se riguardiamo le altre pellicole in lizza non è stato fatto torto a nessuna delle due. Fra i cinque candidati al miglior film d’animazione, e ne parleremo approfonditamente in un prossimo articolo, vince senza grossi dubbi Spider-Man – un nuovo universo (Spider-Man – into the Spider Verse): gli altri quattro candidati non erano certo meno belli, meno pregevoli (forse il più debole resta Ralph spacca Internet) ma il film del trio Persichetti, Ramsey, Rodman è davvero una spanna sopra tutti gli altri per vari motivi di cui parlerò volentieri. Il premio al miglior cortometraggio animato è per Bao (Id.); raccontare il rapporto madre-figlio partendo da un raviolo al vapore, si merita una statuetta praticamente a prescindere. Chiudiamo la sezione, con il vincitore per i migliori effetti speciali; il premio se lo aggiudica First Man – Il primo uomo (First Man). Oscar sicuramente più complicato da assegnare rispetto ai precedenti ma il film ha avuto dalla sua, la sapienza di saper dosare bene tutti gli ingredienti per non sembrare a tutti i costi un: “trionfo del computer”.

Se sopra ho scritto degli Oscar che, tutto sommato, andavano dati “per forza”, c’è una statuetta che a mio modestissimo, umile, non richiesto e probabilmente non condivisibile parere, non andava assegnata al vincitore seguente. Come, infatti, il grande lavoro di Alexandra Byrne per i costumi di Maria Regina di Scozia (Mary Queen of Scots) sia stato superato da Ruth Carter e i suoi costumi per Black Panther, resta per me un mistero.

Al di là di questo grande regalo, bisogna dare: “A Cesare quel che è di Cesare” e Black Panther si aggiudica l’Oscar per la miglior colonna sonora ad opera di Ludwig Göransson senza “rubare” la statuetta a nessuno. Il lavoro del compositore svedese accompagna al meglio le scene del film sostenendo al meglio il “cinecomic” lungo tutto lo svolgersi degli eventi. Stesso discorso per la vittoria nella categoria miglior scenografia, ad opera di Hannah Beachler e Jay Hart i cui rivali più forti erano, a mio parere, Roma e La Favorita.  Tre statuette su sette nominations: non certo un bottino magro per un film Marvel.

Con Black Panther si conclude questo focus sugli Oscar 2019, la prima edizione senza un vero conduttore.

Ciao e al prossimo caffè,

Il barista animato

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