Buñuel – nel labirinto delle tartarughe

Oggi il Cartoons’ Café consiglia: Buñuel – nel labirinto delle tartarughe. Il film del 2018 che figurava nella lista dei candidati al Crystal per il miglior lungometraggio animato – vinto da Dov’è il mio corpo? – ad Annecy 2019.

La vicenda di Buñuel nel labirinto delle tartarughe (il titolo si riferisce a Las Hurdes e ai suoi tetti che ricordano il carapace delle tartarughe) si apre subito dopo l’uscita nei cinema di L’age d’or, primo lungometraggio che fece allontanare Luis Buñuel dall’industria cinematografica parigina (e non solo) per il grande scandalo che la pellicola suscitò all’epoca. Dopo una proiezione del suo film, cui lo stesso Buñuel assiste, dove il pubblico esce dalla sala fra vibranti proteste, il cineasta è fermato da un antropologo che gli consegna un saggio su Las Hurdes, poverissima zona della Spagna nella regione dell’Estremadura. Dopo un iniziale rifiuto (pur avendo preso il saggio), Buñuel accetta di girare il film, un documentario. Ad aiutarlo a sostenere i costi della produzione sarà, l’anno seguente, l’amico Ramón Acín che tempo prima vinse provvidenzialmente alla lotteria, riuscendo così a mantenere una promessa fatta all’amico. Al film collaborano anche Eli Lotar alla fotografia e Pierre Unik al soggetto. Con l’arrivo di questi ultimi a La Alberca (a due ore da Las Hurdes) le riprese possono cominciare, così come il grosso della vicenda di questo bel film.

L’arrivo di Eli Lotar e Pierre Urik a La Alberca. Clip da: Buñuel nel labirinto delle tartarughe
Fotogramma di: "Buñuel - Nel labirinto delle tartarughe"
Fotogramma di: Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe

Salvador Simó realizza un film tecnicamente “semplice”, con animazioni volutamente mai fluidissime, dai disegni “essenziali”, che donano all’opera un’armonia davvero delicata e ben riuscita. Le animazioni di Simó & Co., e inquadrature dal vero film documentario di Buñuel: Terra senza pane, si mescolano sapientemente, ed è una scelta quanto mai azzeccata perché riesce a farci guardare con grande partecipazione alcune scene. Ne citiamo due; la morte atroce dell’asino e l’incontro con la bambina malata che sono fra i momenti più crudi del film. Simó vuole ricordarci così, che stiamo assistendo a qualcosa che è realmente accaduto e che lo stesso Luis Buñuel ha non solo girato ma “pilotato”, creando situazioni che altrimenti sarebbe stato difficile riprendere.
La storia che vediamo scorrere davanti ai nostri occhi alterna momenti di realtà a momenti di sogno, sogno che molto spesso coglie il cineasta spagnolo anche ad occhi aperti; sono sogni molto spesso disturbanti e legati ai ricordi di Buñuel, al suo rapporto con Salvador Dalì e suo padre, che sembrano essere davvero conflittuali, un vero scoglio per il nostro protagonista.

Fotogramma di: "Buñuel - Nel labirinto delle tartarughe"
Fotogramma di: Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe

La bellezza di questo film sta inoltre, nella incisiva trasposizione animata della profonda amicizia fra Luis e Ramón Acín, un rapporto che vive anche un momento di piccola ma sincera prova a causa della realizzazione del documentario – mai dimenticare l’investimento di Ramón per permettere l’effettiva riuscita del film – ma che rimarrà comunque salda fino alla fine.
Solo la morte di Ramón Acín che verrà fucilato assieme alla moglie dalle forze franchiste nel 1936, interrompe bruscamente la loro amicizia; nel film, la notizia arriva a Luis Buñuel tramite telegramma a Parigi. Musica e immagini riescono a trasportarci nel dolore di Buñuel in maniera davvero efficace. Colonna sonora di Arturo Cardelús di una bellezza sottile, il giusto accompagnamento per ogni scena di questo ottimo lavoro.

Buñuel nel labirinto delle tartarughe vinse nel 2019 il premio per il miglior film d’animazione agli European Film Award e il Satellite Award per il miglior film d’animazione o a tecnica mista sempre lo stesso anno; meritati riconoscimenti che ricordano – sperando di non scadere in una banale retorica – che non servono mezzi enormi per fare un bel film.

Non vi resta che cercare questo breve ma intenso film (80 minuti ben spesi) passato in sordina, come capita a molti film d’animazione (e non, naturalmente) ma assolutamente da recuperare.

Ciao e al prossimo caffè,

Il Barista Animato

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