Cowboy Bebop. You’re gonna carry that weight.

Ci sono film che segnano, che rimangono impressi in una o più generazioni e dovrebbero essere fatte conoscere alla generazioni successive. Vale anche per la serie anime Cowboy Bebop, per vari e validi motivi.

Diretta da Shin’ichiro Watanabe e composta dalla compianta Keiko Nobumoto (la cui scomparsa ha colpito un po’ tutti gli addetti ai lavori come un fulmine a ciel sereno) che ha curato la sceneggiatura di molti episodi, Cowboy Bebop si compone di 26 episodi che, pur essendo per la maggior parte autoconclusivi, hanno un fil rouge evidente fatto di personaggi e situazioni che ci accompagna per tutto il lungo racconto; è questo uno degli aspetti più intriganti di tutta la serie, quasi le fondamenta del bel lavoro che è Cowboy Bebop. Pur dovendo guardare la serie secondo l’ordine degli episodi, sembra di guardare tanti cortometraggi a sé stanti, che hanno sì situazioni ricorrenti e gli stessi protagonisti, ma che riescono brillantemente a reggersi in piedi da soli con una struttura forte; un solido inizio e un’altrettanto robusta fine.

La “macro trama” di questa serie anime è presto detta; Spike Spiegel e Jet Black sono due cacciatori di taglie con un passato radicalmente diverso fra loro. Spike è un ex membro del Red Dragon (una potente organizzazione criminale) che ha abbandonato l’organizzazione inscenando la propria morte, Jet è un ex-investigatore del ISSP (Intra Solar System Police, la Polizia del sistema solare), abbandonata perché stanco della corruzione al suo interno, causa anche dell’incidente che gli ha portato via un braccio. I due navigano a bordo del Bebop (la loro astronave) per tutto il sistema solare alla ricerca di criminali sulla cui testa è stata posta una taglia. Nel corso della loro attività allargheranno l’equipaggio con Faye Valentine una cacciatrice di taglie squattrinata e dal carattere difficile (un eufemismo) apparentemente senza un passato, Red una vivace ragazzina abbandonata dal padre, con grandi abilità da hacker e da scacchista e il cane Ein, la cui intelligenza ai limiti dell’incredibile sembra essere notata solo dalla ragazzina. Questa bizzarra squadra, attraversa il sistema solare a bordo del Bebop alla ricerca di taglie da incassare e che molto spesso non incassa per i più svariati motivi, e nel frattempo ci mette davanti a profonde e mature riflessioni (e dalle spiccate note filosofiche e psicologiche) solo apparentemente mitigate da momenti più sciolti e leggeri.

Cowboy Bebop è una serie complessa e matura, piena di riferimenti ad opere e generi radicalmente diversi fra loro ma che qui sono miscelati al meglio. I personaggi – TUTTI, perdonate l’utilizzo del maiuscolo – siano essi protagonisti, comprimari o antagonisti sono presentati con vive sfaccettature; hanno un passato che ne condiziona il presente e naturalmente il futuro. Le storie dei protagonisti sono presentate nella maniera migliore, così da poter capire le varie scelte che i nostri “eroi” (che eroi non sono) compiono durante tutto il corso della serie. Spike, Jet, Faye e Red sono personaggi che hanno messo in comune le loro diverse solitudini per poter, almeno per un po’, distaccarsene. Dall’unione di queste solitudini, tutti trovano un’ulteriore spinta per andare avanti verso qualcosa per ciascuno diverso e con motivazioni diverse (emblematico è, secondo me il rapporto fra Faye e Red, soprattutto nel finale della serie). Tutti raggiungo il proprio finale, aperto o chiuso che sia, pacificato o meno.

La frase finale dell’ultimo episodio – che per la quarta ed ultima volta differisce dal più classico: “See you Space Cowboy”- può racchiudere il senso profondo di tutta l’opera: “You gonna carry that weight“. Quel Devi portarne il peso è riferibile in modo diverso a tutti i personaggi della storia: Red, Faye, Jet e soprattutto Spike, devono portare il peso, più o meno ingombrante, delle proprie scelte (pensiamo a Spike e Jet) e di ciò che la vita ha fatto loro subire (come con Faye e Red) e vivere di conseguenza. Emblematico è proprio il personaggio di Spike che vediamo vivere un sogno da cui non riesce a svegliarsi fino agli ultimi scampoli della serie, quando riesce finalmente ad “accettare il risveglio” nell’ultima e più grande sfida, scegliendo di portare quel peso, abbracciandone le relative conseguenze.

Ad accompagnare le azzeccate scelte registiche di Watanabe è la superba colonna sonora di Yoko Kanno che fa, di alcuni episodi, opere bellissime e ci accompagna fino alla fine dei titoli di coda della serie con l’esplicativa Blue, che tiene alto il grado di commozione del finale dell’ultimo episodio.

Cowboy Bebop è senza dubbio una delle migliori serie (animate) che possiate vedere: nel remoto caso non l’abbiate mai vista potrebbe essere il momento giusto e foste tra coloro che non amano gli anime, vi consiglio di fare uno sforzo e di imbarcarvi sul Bebop.

Ciao e al prossimo caffè,

Il Barista Animato

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