Flee. Un film (d’animazione) beffardamente attuale.

Amin Nawabi. Fotogramma da: "Flee"
Amin Nawabi. Fotogramma da: Flee

Dopo aver fatto incetta di premi e (soprattutto) di consensi ampi e trasversali Flee è ora in corsa in tre categorie ai prossimi e sempre più vicini Academy Awards – Premi Oscar per gli amici- in tre categorie; un evento mai accaduto per un film d’animazione. Il film di Jonas Poher Rasmussen è infatti candidato nelle seguenti tre categorie: Miglior film d’animazione, Miglior film internazionale e Miglior documentario. Senza rivelarvi troppo della trama vi lascio alla mia recensione che tenterà di spiegare il motivo di tanto successo (meritato).

Amin in Svezia. Fotogramma da: Flee
Amin in Svezia. Fotogramma da: Flee

La storia è raccontata da Amin Nawabi, un giovane afghano omosessuale che ha visto il suo paese crollare inesorabilmente sotto i colpi dei numerosi conflitti che hanno colpito l’Afghanistan e che ora vive in Danimarca. Il racconto che Amin narra all’amico Jonas (il regista) prende avvio dal 1984 quando la vita del piccolo Amin è tutto sommato spensierata; il Paese è occupato dai russi che stanno continuamente affrontando i talebani in una guerra che da Kabul si percepisce in maniera molto attutita. Le cose cambiano pochi anni dopo quando la numerosa famiglia Nawabi; madre, due sorelle e due fratelli (il padre molto tempo prima fu prelavato dai russi, incarcerato e dopo qualche tempo non se ne seppe più nulla) è costretta a fuggire da un Afghanistan ormai preda della guerra civile dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Da quel momento, da quella prima fuga su un aereo di linea con un visto turistico verso la Russia, una fuga tragica e improvvisa ma “comoda” (si passi il termine), la vita di Amin diventa una Odissea di indicibile sofferenza e continuo pericolo; sofferenza e pericolo terminano in Danimarca. Qui Amin, studia e fa carriera brillantemente, trova l’amore di Kasper, progettano il loro matrimonio, cercano una casa in cui poter iniziare un nuovo capitolo di vita ma il peso del vissuto dell’afghano è grande, enorme e (forse) è anche grazie all’aiuto dell’amico regista, cui Amin racconta una lunga serie di verità mai raccontate, che il nostro può andare avanti. Oltre un passato che per forza ti segna ma cui non dovrebbe essere permesso di vincere su un presente guadagnato e un futuro da scrivere.

Amin e Kasper. Fotogramma da: Flee
Amin e Kasper. Fotogramma da: Flee

Flee è un documentario animato con stralci di riprese di repertorio degli eventi che avvenivano parallelamente il racconto di Amin; l’accostamento fra filmati di repertorio e racconto animato è costantemente un colpo al cuore. Non si anestetizza alcunché con l’animazione, e le poche immagini di repertorio sono un’ulteriore bastonata allo spettatore. Da premiare poi, la scelta di queste animazioni non fluide che (qui entriamo nella speculazione più pura) accompagnano il fluire dei ricordi di Amin; ricordi di un passato duro da buttare fuori e che per lungo tempo ha dovuto (non voluto) reprimere, arrivando anche a mentire. Sempre rimanendo nell’ambito prettamente artistico, durante il film vi sono momenti in cui il disegno si riduce a semplici schizzi nero su bianco e quelli sono i momenti in cui, personalmente, il carico emotivo si fa maggiore; il lirismo di questi schizzi si fa esso stesso documentario. Un documentario di emozioni, diciamo così, che non possono assumere che queste forme semplici e rozze tanto duro è il ricordo di ciò che gli occhi di Amin hanno visto.

Questo documentario dona un punto di vista su realtà sconosciute a molti: cosa voleva dire (e sicuramente tornerà a voler dire) essere un omosessuale in un paese come l’Afghanistan, com’era la vita di persone che avevano “tutto” e nel giro di poco tempo si sono ritrovate con niente e che cosa hanno passato per tornare ad avere anche soltanto un tetto sulla testa. Flee è un film duro, potente ma che riesce ad intrattenere senza risultare pesante; un segmento di vita racchiuso in 83 minuti che passano senza che lo spettatore se ne possa accorgere in maniera evidente (cosa rara per un qualsiasi documentario). Un lieto fine, per così dire, che arriva e dona un po’ di serenità dopo momenti in cui il senso di oppressione era palpabile grazie anche al lavoro alla colonna sonora di Uno Helmersson che ha saputo essere incisiva lungo tutto il corso della storia.

Il film di Rasmussen (alla sceneggiatura con lo stesso Amin) è uscito ieri in Italia grazie alla distribuzione di I Wonder Pictures; indipendentemente da come andrà a finire agli Oscar, questo film ha mietuto successi in giro per il globo, e merita una visione al cinema (almeno una). È un film che, secondo l’umile parere del vostro Barista, sta guadagnando tutto il successo che merita.

Ciao e al prossimo caffè,

Il Barista Animato

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