Harmony. Il “secondo capitolo” della trilogia sull’etica di Project Itoh

Dopo L’organo genocida, un altro futuro distopico attende lo spettatore di: Harmony. La trilogia di film adattata dalla trilogia di Project Itoh arriva al suo capitolo mediano, che se non supera il successivo e conclusivo: L’impero dei cadaveri, riesce però ad essere più incisivo del primo capitolo, grazie ad una narrazione meno caotica, una colonna sonora più raffinata, personaggi meglio scritti e scelte estetiche di maggior spessore.

Il-Giappone-nel-futuro-distopico-di-Harmony
Il Giappone nel futuro distopico di: Harmony

Si serve la trama

In un distopico futuro chiamato Maelstrom, fra guerre nucleari ed epidemie, il mondo che conosciamo non esiste più. Gli stessi Stati Uniti sono esplosi in micro stati in cui la società ha abbracciato uno stile di esistenza più solidale e con un certa etica. Anche il resto del mondo ha abbracciato questo modo di vivere e la salute delle persone è garantita grazie ad admenistrazioni che, per mezzo di nanotecnologie evitano alla popolazioni di ammalarsi e sostanzialmente di accusare un qualsiasi sintomo della vecchiaia. Questo sistema, però viene osteggiato in Giappone da tre giovani ragazze: Tuan Kirie, Miach Mihie (la più estremista delle tre, quasi l’ideologa) e Cian Reikado decidono di dar vita ad una protesta per fermare questo idillio programmato, forzato attraverso il rifiuto di farmaci e cibo per arrivare fino al suicidio. La protesta però scema per l’abbandono di Tuan e Cian.

Tuan Kirie. Fotogramma di Harmony
Tuan Kirie. Fotogramma di: Harmony

Passano tredici anni e Tuan lavora per l’Oms nei corpi di polizia medica internazionale, dopo una violazione è costretta a rientrare in quel Giappone da cui anni prima, era scappata. Ad accoglierla è Cian: con la sua amica di vecchia data va a pranzo in un locale dove assiste, incredula all’improvviso e assolutamente da lei non preventivabile suicidio della Reikado. Kirie comincia così una pericolosa indagine, spinta anche dal fatto che in tutto il mondo sono in aumento sommosse e suicidi scrupolosamente documentati dalle lenti a contatto che tutti i cittadini sotto le admenistrazioni indossano. Dietro questi fatti, sembra esserci un’unica organizzazione che manovra i fili al cui capo vi è proprio Miach Mihie: Tuan si troverà così costretta a cercarla e a fermarla prima che venga attivato il fantomatico progetto Harmony.

Gli ingredienti di Harmony

Cian Reikado osservata da Tuan. Fotogramma di Harmony
Cian Reikado osservata da Tuan. Fotogramma di Harmony

Il duo formato da Michael Arias e Takashi Nakamura firma la regia di Harmony portando efficacemente ad immagini in movimento, una buona sceneggiatura di Anthony Weintraub. La regia di Arias e Nakamura riesce infatti, ad immergerci fin da subito in questa storia che come gli altri due capitoli, muove da un soggetto di base, davvero intrigante che la sceneggiatura sostanzialmente ben sviluppa anche se, come accade sia nel capitolo precedente sia in quello successivo, l’attenzione per il racconto rischia di non rimanere sempre costante a causa del ritmo non sempre ben calibrato, c’è sicuramente (ma soprattutto, personalmente) un lavoro migliore di fondo però rispetto a L’organo genocida, perché la continua sensazione che tutto sia appeso ad un filo, è veramente costante anche grazie a particolari scelte registiche sinceramente apprezzabili e ad una minor sensazione di poca storia spalmata su troppo tempo.

L’utilizzo della CGI per le scene in cui la protagonista, in uno spazio lattescente, comunica in riunione con il resto della sua squadra sparsa per il globo, è davvero efficace, così come la differenza data dalla fotografia (e dal resto del comparto tecnico-artistico) con cui si vogliono far notare le differenze fra quel mondo che rifiuta le nanotecnologie e quei luoghi (come il Giappone) in cui essa è iper presente: luci molto forti, ai limiti della sovraesposizioni, colori molto chiari e tutti gli abitanti sono facilmente tracciabili grazie proprio al fatto di essere tutti, volontariamente, schedati. Di grande impatto visivo poi, sono due scene: una si trova alla fine del film dove ci viene proposta una carrellata di paesaggi naturali incontaminati, realizzati in maniera davvero meravigliosa – vedere per credere – e l’altra verso metà film in cui, a schermo nero esclusa una parola in rosa che ne riempie il centro, sentiamo solo voci, la durata di questo momento non è poi così lunga ma il fatto che davanti ai nostri occhi non accada nulla. dilata efficacemente il tempo aumentando la suspense.

Miach Mihie. Fotogramma di Harmony
Miach Mihie. Fotogramma di Harmony

Globalmente Harmony risulta ben raccontato e interessante, grazie anche alle caratterizzazioni psicofisica dei personaggi e ai rapporti interpersonali (scritti molto meglio rispetto a ciò che si è visto, ad esempio con Lucia Škroupova e Klovis Shepherd in L’organo genocida). Le forti note che si muovono fra thriller è detective story aleggiano lungo tutta questa distopia di due ore che (malgrado alcune sbavature) non si sentono granché, forti anche non tanto di Tuan Kirie (protagonista ben sfaccettata, indubbiamente) ma della vera antagonista (e antieroina) di questa storia: la machiavellica Miach Mihie. Vista sparutamente lungo tutto il corso del film, la ragazza riesce a catalizzare l’attenzione degli spettatori fin da subito, nei ricordi di Tuan e poi da dietro le quinte nel presente, quando nell’ombra manovra un’organizzazione volta a destabilizzare l’ordine del mondo e tenere in pugno le scelte dei potenti.

Dulcis in fundo una colonna sonora che, come detto all’inizio dell’articolo riesce senza folgorazioni musicali eclatanti a non distrarre dalla storia e a diventare, particolarmente nei momenti clou e nel finale del film ad essere ottima spalla delle immagini; un buon lavoro di Yoshihiro Ike.

Con Harmony si conclude così questo viaggio nella trilogia dai libri di Project Itoh. Spero abbiate trovato di vostro gradimento le recensioni.

Ciao e al prossimo caffè,

Il Barista Animato

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